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Renzo Pognant

L’innamoramento di JACOPO MARTINI per la musica manouche inizia con il viaggio che anni addietro il chitarrista fiorentino compie in Francia, viaggio che gli spalanca le porte sull’universo dei chitarristi zingari, con i quali ha modo di praticare e di istruirsi al meglio per quanto concerne il fraseggio gitano. Suonare e scambiare esperienze con Matcho Winterstein o Angelo Debarre ne ha da quel momento profondamente trasformato lo stile, senza ovviamente dimenticare di citare il magistero del mitico Django Reinhardt, che rimarrà per sempre e per tutti un punto di riferimento ineludibile. 

E l’ultima prova discografica di MARTINI muove proprio da qui, dall’incontro tra le “lezioni” di un grande del passato, con le quali è necessario comunque sempre sapersi misurarsi, e l’esigenza di raffigurare il presente (e possibilmente anche il futuro) in un modo originale, per uscire dai consueti canoni della pedissequa imitazione senza finire nel calderone delle rimescolanze dei generi.

JACOPO MARTINI sceglie di evocare più che di ricreare le sonorità del geniale Django Reinhardt, e non è un caso che le composizioni siano in gran parte dello stesso MARTINI, se si eccettua la ripresa di Sweet Georgia Brown, il riarrangiamento di un brano di Becaud e il paio di citazioni da Reinhardt (tra cui la celebre Nuages). Avvalendosi di un gruppo di fidati ed esperti musicisti, impiegati a macchia di leopardo lungo tutto il lavoro, MARTINI mette in piedi un’opera matura e solida, che non disdegna di allargare gli orizzonti della musica manouche con misurati passaggi jazz e impercettibili effluvi mediterranei. Sono stavolta della partita Antonello Salis alla fisarmonica, Nico Gori al clarinetto, Emanuele Parrini al violino, Francesco Federici anch’egli alla chitarra, Nicola Vernuccio al contrabbasso e Ian Dapreda al vibrafono, duttili e mai fuori misura, allo stesso tempo tecnicamente impeccabili e pieni di espressività come solo gli appassionati esecutori sanno essere.

Il sound che JACOPO MARTINI crea con il loro fondamentale contributo possiede lungo tutta la durata del disco una doppia anima, in cui l’apparente fragilità e la leggerezza della struttura celano in verità uno spessore e una consistenza artistica di rara intensità. L’impronta “tradizionalista” del quadro d’insieme va in effetti osservato con attenzione. Occorre scendere nel particolare, valutare i dettagli, fissarsi sulle sfumature: soltanto così si potranno cogliere le tante ricercatezze e i pregevoli sperimentalismi che concorrono a rendere il disco particolarmente apprezzabile.

 

Renzo Pognant

 

Ted Gottsegen

Martini sta in cima alla “ClasseA” della sua generazione, quella di interpreti come Andreas Oberg e Stephane Wrembel che possono stare fianco a fianco dei loro contemporanei gitani e parlare il loro linguaggio stilistico.
I Nuvoli, la prima irruzione di Martini nello swing a corde, è una delle più avanzate novità di quest’anno. Egli utilizza standard evergreen riarrangiati, quali Sweet Georgia Brown, Et Maintenant e Porto Cabello. per ancorare i propri componimenti originali e arrangiamenti creativi, registrati con un gruppo di ben assortiti professionisti del jazz, in grado di assecondare la sua abilità. la sua tecnica e la sua visione di improvvisare.
Tale album non dovrebbe assolutamente essere confuso con un tributo a Django: è piuttosto una legittima opera di chitarra jazz, compiuta da un giovane chitarrista, interessato ad allargare le frontiere.
Sempre importante per il sottoscritto è la sezione ritmica, che evidenzia il ritmo dinamico di Francesco Federici, il chitarrista ritmico di Macho Winterstein. e il bassista Nicola Vernuccio, i quali provvedono a fornire un fermo e forte trampolino per consentire a Martini di realizzare il suo lavoro.
Fans di Reinier Voet, Philippe Watremez e di Kalo Barré prendete nota, questo fa per voi!

 

Ted Gottsegen

 
Django Station

Uno swing venuto dal Sud, dal Mediterraneo… e ancora questo stile così particolare e delicato. Jacopo Martini, nato a Firenze, scopre in Francia nel 2000 il jazz manouche, insieme con Angelo Debarre e Matcho Winterstein. Si può dire che egli ne abbia tenuto a mente la lezione. Meraviglia soprattutto la riappropriazione che egli fa di questa musica. Gli arrangiamenti sono sbalorditivi, specialmente Sweet Georgia Brown, di cui ho penato a tagliare una parte, perché il pezzo è molto sostanzioso, prima e specialmente dopo il taglio. La ripresa di Et maintenant di Gilbert Bécaud è magnifica, tutta dolcezza. I musicisti sono veramente lì per suonare e non solo per accompagnare; si può dire che hanno tutti una personalità. La versione di Nuages, in duo con la fisarmonica, è la trasposizione più bella fino a ora pervenuta (i puristi si astengano). Vi è una gran maturità nella scelta dei brani.

Per gli amanti del swing può costituire una sorpresa, ma questo musicista ha saputo imporre il suo stile con molta eleganza ad una tale musica.

Da degustare senza moderazione all’ombra di un olivo!

 

Cristof per Django Station
 

 
Etudes Tziganes

Nato a Firenze, il chitarrista Jacopo Martini alcuni anni fa ha scoperto in Francia il jazz manouche, particolarmente con Angelo Debarre. A capo di un originale settetto (Nico Gori, clarinetto; Ian Dapreda, vibrafono; Francesco Federici, chitarra; Nicola Vernuccio contrabbasso; Emanuele Parrini, violino, e Antonello Salis, fisarmonica) che gli permette arrangiamenti accurati —introduzioni, ed un scrupoloso lavoro sui timbri… (si veda il superbo arrangiamento su Porto Cabello/Django’s Tiger) —, Jacopo Martini propone una rielaborazione molto personale, integrando nello stile di altri elementi e influenze un jazz più contemporaneo (si vedano i soli di fisarmonica doppiati all’unisono dalla voce) e un profumo mediterraneo espressivo e cantabile.

Dodici titoli, di cui otto originali, firmati da Jacopo, i quali vanno ben al di là dal comune filone stilistico  (si veda Gaia o I nuvoli, superbi boleri, o ancora Petite danseuse); Jacopo sperimenta cose e spesso ci è riuscito (si vedano le sue sorprendenti riletture di Nuages o di Sweet Georgia Brown, che rischiano di far accapponare la pelle ai puristi); il suo universo musicale è fresco, raffinato e delicato; se la sua chitarra al vibrato caratteristico è nervosa sugli swing, sa essere pure sensibile e poetica (si veda la bella rilettura di Et maintenant di Gilbert Bécaud dagli accenti di musica da camera). Quanto ai suoi colleghi non sono lì per fare le comparse, partecipando ogni strumentista all’equilibrio e alla riuscita di questo swing mediterraneo dalla forte personalità. Un disco ben arrangiato, tutto sfumature e tocchi melodici, lontano mille miglia dai soliti copioni manouche.

Assolutamente da scoprire! Ci auguriamo vivamente di vederli qui!

 

Francis Couvreux per Etudes Tziganes